Sono in cucina a
preparare la cena. A momenti mio marito sarà qui e diventa irascibile se non
trova la cena nel piatto appena varca la soglia della porta.
Sento girare la chiave
nella toppa.
“Ciao amore”.
Non risponde al mio saluto e ha la faccia tutta contratta: al lavoro non dev’essere andata bene. Devo fare la brava, so fin troppo bene com’è in queste situazioni.
“Vieni, la cena è pronta” nel frattempo adagio due fette di polpettone e delle patate nei piatti e li porto al tavolo.
Si allenta la cravatta e sbottona il primo bottone della camicia, il tutto senza proferire parola. Mangiamo in silenzio. Dopo aver finito si alza dal tavolo e si dirige verso il bagno. Mi alzo anch’io e sparecchio.
“Questi fiori? Chi te li ha dati? Il tuo amante?”
“Nessuno, amore. Li ho presi dal fioraio stamani”.
“Chi te li ha regalati?” insiste.
“Nessuno amore…”
“Non ti credo. Ero certo che mi tradivi”.
“Ma cosa dici, ti assicuro che ti sbagli”.
Prende il vaso e lo scaglia nella mia direzione. Non mi prende, anche se per poco. Pezzi di vetro finiscono ovunque, come anche i fiori e l’acqua.
Una lacrima mi riga la guancia. Era il vaso di mamma e ci ero molto affezionata. Era lo stesso vaso che nonna aveva regalato a lei, un cimelio di famiglia che veniva tramandato di madre in figlia. Ricordo quanto fosse contenta il giorno in cui me lo diede. Mi fece promettere di prendermene cura.
Era davvero importante per lei. E per me.
Persa nei miei ricordi, non mi accorgo che si è avvicinato a tal punto da poter sentire il suo alito rancido di birra. Mi afferra per i capelli e mi butta a terra. Sbatto il naso contro il pavimento.
“Puttana” urla con una voce che non sembra essere la sua.
Oggi è diverso dalle altre volte. Oggi è più cattivo.
Cerco di alzarmi ma mi colpisce allo stomaco con un calcio. Mi colpisce ancora e a me manca il fiato per urlare. Ormai le lacrime scendono copiose e si mescolano al sangue. In bocca avverto un sapore salato misto a ferro.
Mi guardo intorno e vicino a me vedo un pezzo di vetro del vaso. Glielo conficco nel polpaccio e lui urla di dolore. Sento una sensazione strana invadere il mio corpo. Non lo capisco subito, ma sono soddisfatta di essere riuscita a fargli provare un minimo di sofferenza.
A fargli provare quello che io vivo da anni.
Raccolgo tutte le mie forze e mi alzo da terra prima che possa sovrastarmi nuovamente. Corro disperata in cucina, frugo tra i cassetti e afferro il coltello più grande che trovo.
Lui estrae dalla gamba il pezzo di vetro e, nonostante la ferita, con poche falcate è di nuovo davanti a me.
“Cosa pensi di fare?” Un ghigno demoniaco si dipinge sul suo volto.
“Stammi lontano o giuro che ti conficco questo coltello nel petto” dico puntandoglielo contro.
“Non ne hai le palle o lo avresti già fatto”.
“Questa è l’ultima volta. Giuro su Dio che se non mi lasci passare ti ammazzo!”
Una risata rauca esce dalla sua bocca e mi penetra nelle ossa mentre un lungo brivido mi percorre la schiena.
Prendo la prima cosa che trovo sul ripiano, un calice, di quelli che regalano con il vino scadente del discount, e glielo scaglio contro. Si protegge il viso con un braccio. Lancio un piatto e poi un altro. Corro verso l’uscita ma scivolo sulla pozza d’acqua e cado sulla schiena. Mi sfugge il coltello di mano. Lo cerco e lo trovo a pochi centimetri da me, circondato dai fiori e dai vetri taglienti.
Lo vedo avvicinarsi sempre più e in un attimo è sopra di me. Mi immobilizza. Le sue mani si stringono intorno al mio collo.
Mi allungo il più possibile verso il coltello.
Sento l’aria venir meno. Questa è la fine.
Con la punta delle dita sfioro l’impugnatura, la afferro e un attimo dopo colpisco la bestia al petto. Estraggo il coltello e lo colpisco una seconda volta. Schizzi di sangue mi colpiscono la faccia e i vestiti.
Lo pugnalo ancora e ancora. La rabbia mi dà la carica, non riesco a fermarmi.
Scanso il suo corpo, lo
lascio cadere sul fianco. Mi alzo in piedi. Sul pavimento si è formato un lago
rosato e io ho tutto questo sangue addosso, sangue che per una volta non è il
mio.
Allento la presa sul coltello che cade a terra, vicino alle mie amate rose.
Sono viva. Sono libera.
“Ciao amore”.
Non risponde al mio saluto e ha la faccia tutta contratta: al lavoro non dev’essere andata bene. Devo fare la brava, so fin troppo bene com’è in queste situazioni.
“Vieni, la cena è pronta” nel frattempo adagio due fette di polpettone e delle patate nei piatti e li porto al tavolo.
Si allenta la cravatta e sbottona il primo bottone della camicia, il tutto senza proferire parola. Mangiamo in silenzio. Dopo aver finito si alza dal tavolo e si dirige verso il bagno. Mi alzo anch’io e sparecchio.
“Questi fiori? Chi te li ha dati? Il tuo amante?”
“Nessuno, amore. Li ho presi dal fioraio stamani”.
“Chi te li ha regalati?” insiste.
“Nessuno amore…”
“Non ti credo. Ero certo che mi tradivi”.
“Ma cosa dici, ti assicuro che ti sbagli”.
Prende il vaso e lo scaglia nella mia direzione. Non mi prende, anche se per poco. Pezzi di vetro finiscono ovunque, come anche i fiori e l’acqua.
Una lacrima mi riga la guancia. Era il vaso di mamma e ci ero molto affezionata. Era lo stesso vaso che nonna aveva regalato a lei, un cimelio di famiglia che veniva tramandato di madre in figlia. Ricordo quanto fosse contenta il giorno in cui me lo diede. Mi fece promettere di prendermene cura.
Era davvero importante per lei. E per me.
Persa nei miei ricordi, non mi accorgo che si è avvicinato a tal punto da poter sentire il suo alito rancido di birra. Mi afferra per i capelli e mi butta a terra. Sbatto il naso contro il pavimento.
“Puttana” urla con una voce che non sembra essere la sua.
Oggi è diverso dalle altre volte. Oggi è più cattivo.
Cerco di alzarmi ma mi colpisce allo stomaco con un calcio. Mi colpisce ancora e a me manca il fiato per urlare. Ormai le lacrime scendono copiose e si mescolano al sangue. In bocca avverto un sapore salato misto a ferro.
Mi guardo intorno e vicino a me vedo un pezzo di vetro del vaso. Glielo conficco nel polpaccio e lui urla di dolore. Sento una sensazione strana invadere il mio corpo. Non lo capisco subito, ma sono soddisfatta di essere riuscita a fargli provare un minimo di sofferenza.
A fargli provare quello che io vivo da anni.
Raccolgo tutte le mie forze e mi alzo da terra prima che possa sovrastarmi nuovamente. Corro disperata in cucina, frugo tra i cassetti e afferro il coltello più grande che trovo.
Lui estrae dalla gamba il pezzo di vetro e, nonostante la ferita, con poche falcate è di nuovo davanti a me.
“Cosa pensi di fare?” Un ghigno demoniaco si dipinge sul suo volto.
“Stammi lontano o giuro che ti conficco questo coltello nel petto” dico puntandoglielo contro.
“Non ne hai le palle o lo avresti già fatto”.
“Questa è l’ultima volta. Giuro su Dio che se non mi lasci passare ti ammazzo!”
Una risata rauca esce dalla sua bocca e mi penetra nelle ossa mentre un lungo brivido mi percorre la schiena.
Prendo la prima cosa che trovo sul ripiano, un calice, di quelli che regalano con il vino scadente del discount, e glielo scaglio contro. Si protegge il viso con un braccio. Lancio un piatto e poi un altro. Corro verso l’uscita ma scivolo sulla pozza d’acqua e cado sulla schiena. Mi sfugge il coltello di mano. Lo cerco e lo trovo a pochi centimetri da me, circondato dai fiori e dai vetri taglienti.
Lo vedo avvicinarsi sempre più e in un attimo è sopra di me. Mi immobilizza. Le sue mani si stringono intorno al mio collo.
Mi allungo il più possibile verso il coltello.
Sento l’aria venir meno. Questa è la fine.
Con la punta delle dita sfioro l’impugnatura, la afferro e un attimo dopo colpisco la bestia al petto. Estraggo il coltello e lo colpisco una seconda volta. Schizzi di sangue mi colpiscono la faccia e i vestiti.
Lo pugnalo ancora e ancora. La rabbia mi dà la carica, non riesco a fermarmi.
Allento la presa sul coltello che cade a terra, vicino alle mie amate rose.
Sono viva. Sono libera.
N.B. Ho scritto questo racconto anni fa, dopo aver partecipato a un contest su ig e averlo vinto.
Il racconto è puramente frutto della mia fantasia.